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venerdì 2 marzo 2018


Ambrogio Sparagna Live @Auditorium, “Tarantella del Carnevale 2018” 2a Edizione


Il Carnevale è, per definizione, la festa della spensieratezza, dei colori e del buon umore. Il Carnevale del M° Ambrogio Sparagna, coniuga tutto questo con la tradizione Popolare del suo progetto La Tarantella del Carnevale. Una festa iniziata, fra due ali di folla festante, all’esterno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, per poi trasferirsi nella sala Santa Cecilia dello stesso Auditorium. Maschere provenienti da Tricarico, uno splendido paesino, che ha dato i Natali, fra gli altri, al compianto Antonio Infantino, arroccato sui monti in Provincia di Matera il cui Carnevale è stato dichiarato patrimonio intangibile dal Ministero dei Beni Culturali; Il Carnevale di Montemarano, in Provincia di Avellino, che ripropone il rito ancestrale della transumanza delle Vacche e dei Tori con i relativi capi-mandria, per finire con i Campanacci degli Aurunci. Un caleidoscopio di colori, suoni e ritmi che come denominatore comune hanno la Tarantella. Oltre duecento gli artisti che si sono alternati sul palco, fra questi il gruppo di Danzatori Popolari coordinati dalla vulcanica Francesca Trenta che ha immaginato coreografie danzanti trascinanti e coinvolgenti. Il Carnevale di Montemarano ha, per così dire, aperto le danze al ritmo della Tarantella Montemaranese, il ritmo sincopato delle fisarmoniche e dei tamburelli sottolineava tutto l’estro gioioso nell’incedere fragoroso dei figuranti mascherati. La tarantella è il “quid” del carnevale Montemaranese. Un carnevale autentico e giustamente famoso. Poco sfarzo, ma tanta allegria ed originalità. Non conta aver la maschera più bella o più costosa. Mettersi un vestito (anche a rovescio) e andare a ballare, questo è lo spirito del carnevale Montemaranese. Una tradizione radicata che si ricorda a memoria d’uomo. E si rinnova ogni anno con lo stesso entusiasmo. Un qualcosa che è entrato a far parte del codice genetico dei Montemaranesi.” Questo un estratto della definizione reperibile nel sito del Comune di Montemarano che ben delinea lo spirito assolutamente inclusivo tipico del Carnevale Montemaranese. Da questo punto in poi Sparagna “prende in mano le redini” del Concerto, il suo Organetto “cuce”, in simbiosi con i componenti dell’Orchestra Popolare Italiana (OPI) un percorso musicale che altro non è se non la strada che da un Carnevale conduce ad un altro Carnevale; possiamo leggere ogni brano che Sparagna ci ha proposto, una sorta di sosta ristoratrice, in uno qualsiasi dei paesini di cui è costellata la nostra penisola. Vi si aggiungono i commensali, una metafora per introdurre lo stupendo Coro Popolare, presente con oltre cento elementi, e magistralmente diretto da Anna Rita Colaianni. Quasi un momento di riflessione per ascoltare nuove storie, per scoprire nuove tradizioni ed insieme fare festa condividendo le emozioni della musica. Proprio come in una festa paesana, alla musica si accompagnano le danze, in questo caso quelle coreografate da Francesca Trenta con il gruppo dei Danzatori Popolari cha dal palco hanno profuso energia a piene mani ad un pubblico, numerosissimo, che si è fatto coinvolgere, ed ammagliare, dal ritmo incalzante della Tarantella. La voce di Caterina Pontrandolfo, talentuosa cantante dalla voce raffinata, e di origini Lucane, ci ha condotto in un mondo dove anche alla musica, in occasione del Carnevale, è consentito rompere gli schemi tradizionali; la voce in “maggiore” viene accompagnata dalla musica in “minore”, e viceversa, quasi a sottolineare, qualora ve ne fosse ulteriore bisogno, il momento di spensieratezza ed allegria, un allegoria musicale dove tutto quanto questo, oltre ad essere permesso, si anima e prende vita. Un’altra “sosta”, un nuovo luogo raggiunto in questo “peregrinare” musicale; siamo giunto a Tricarico dove l’antropomorfìa è la chiave di lettura del Carnevale “transumante”. Una tradizione ancestrale, che si perde nella notte dei tempi e che rievoca l’antico rito della transumanza delle mandrie. Figuranti mascherati da vacche e tori (L’màshkr, nel dialetto tricaricese) che fanno rivivere questo antico rito che riuscì ad affascinare anche Carlo Levi che ne scrisse: “… andai apposta a Tricàrico, con Rocco Scotellaro (originario di Tricarico, Rocco Scotellaro, è stato uno scrittore, poeta e politico italiano ndr). Il paese era svegliato, a notte ancora fonda, da un rumore arcaico, di battiti di strumenti cavi di legno, come campane fessurate: un rumore di foresta primitiva che entrava nelle viscere come un richiamo infinitamente remoto; e tutti salivano sul monte, uomini e animali, fino alla Cappella alta sulla cima …. Qui venivano portati gli animali, che giravano tre volte attorno al luogo sacro, e vi entravano, e venivano benedetti nella messa, con una totale coincidenza del rituale arcaico e magico con quello cattolico assimilante …”. Da questo paese di origini Arabo-Normanne risuonano le note profonde dei campanacci che si mescolano con le “urla” del capo-mandria che come una sorta di “direttore d’orchestra” indirizza e guida la coloratissima compagine verso il nuovo territorio di pascolo. Vengono riproposti tanto i gesti quanto le posture facendo rivivere, mediante coloratissimi costumi e cappelli con il velo che dissimulano le sembianze umane, un rito che sugge, equamente, linfa sia dalla cristianità che dal paganesimo più ancestrale. E poi, ancora musica, un’esplosione di suoni sempre preceduti da un’appropriata didascalia di Ambrogio; Sparagna, come sua consuetudine, ama introdurre i suoi brani musicali dandone quasi un’allocazione “toponomastico-sonora”; è come se, in qualche modo, ci fornisse le lenti adatte per poter leggerne il contenuto. Ed il viaggio continua, siamo arrivati nel Golfo di Gaeta, dove fra i Campanacci degli Aurunci, appaiono, sbucano, si elevano e si insinuano due giganti, Zezza e Pulcinella. La loro è una danza di corteggiamento, si muovono e si rincorrono sul palco. Pulcinella è innamorato di Zezza, ma lei, non lo corrisponde. Così la danza continua, si perpetua e la musica sottolinea proprio questo continuo incedere senza meta, senza un traguardo, senza un porto d’approdo. Forse, e a ben vedere, proprio il fatto che il Golfo di Gaeta costituisca un porto naturale, la contrapposizione di queste due maschere gigantesche fa da giustappunto alla Geografia. Una Geografia che non appare così distintiva, al contrario, dà la sensazione che le distanze si annullino; si parte da un “luogo musicale”, da una tradizione,  e si approda in un altro luogo musicale, in un’altra tradizione, ma pur avendo percorso anche distanze considerevoli, si ha la netta sensazione di una continuità spazio-temporale; una sorta di “crosta calpestabile” che scivola, quasi senza attrito volvente, su di un nocciolo duro, compatto,  consistente che nella sua marmorea staticità è al contempo flessuosamente dinamico. A prima vista questa affermazione potrebbe trarre in inganno, sembrare un controsenso in termini ma, a ben vedere, non lo è. La prova “provata” si palesa proprio alla fine del Concerto di Sparagna quando tutti insieme, i figuranti dei diversi carnevali si “impossessano” sia della sala Santa Cecilia quanto del palco della sala stessa. In quel preciso momento scocca la “scintilla della magia” del Carnevale; si percepisce chiaramente che, ancorché le tradizioni di base, benché difformi non si elidono, lo spirito ed i ritmi li accomunano, si frangono l’uno sull’altro, mescolandosi in armonia. Una sorta di gemellaggio musicale, una sorta di staffetta mascherata, dove il testimone altro non è se non la voglia di stare insieme, di condividere momenti spensierati, almeno per qualche tempo, dimenticando le sofferenze del vivere quotidiano, specialmente se pensiamo ai tempi in cui questi riti Carnevaleschi hanno avuto origine. Ambrogio Sparagna, con la seconda Edizione de La Tarantella del Carnevale, ancora una volta ha realizzato un progetto che mette in luce la qualità nostrana di questa Italia tenuta insieme dalla pellicola nazionale; ha ripercorso quegli antichi sentieri che conducono a realtà che spesso erano isolate; ha riaperto la via, ha gettato il ponte che consente di collegare, di congiungere, mondi, realtà apparentemente anche molto diverse fra loro. In sostanza, oltre ad essere un affermato, ed estremamente prestigioso, Etnomusicologo, in Patria quanto al di fuori dei confini nazionali, è, non da ultimo, anche un eccellente Direttore d’Orchestra, e proprio in virtù di questo, Ambrogio Sparagna, per questa occasione, ha vestito i panni del “sarto”, è riuscito, cioè, a cucire, fra la trama delle note e l’ordito della geografia, uno spettacolo che ha annullato le distanze fra le persone inserendo nella cruna dell’ago il filo che congiunge le tradizioni popolari.

 

Michela Cossidente

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Redazione

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